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Iditarod:
L’Inferno tra i Ghiacci

Cronaca

INDICE

Una Corsa senza Fine


La corsa dell’Iditarod, che si svolge ogni anno in Alaska, è una delle competizioni più iconiche e affascinanti del mondo, dove cani da slitta e musher (i conducenti) affrontano un’impegnativa prova di resistenza lungo circa 1.600 chilometri di terreno selvaggio e ghiacciato.

Questa gara, che ripercorre una storica corsa verso la città di Nome, ha radici profonde nella cultura del paese.


In questo articolo esploreremo come funziona la corsa dell’Iditarod, la relazione tra i musher ed i loro cani, l’origine storica della gara ma, più di ogni altra cosa, approfondiremo le problematiche etiche legate all’evento, sollevando domande sulla reificazione dei cani per scopi sportivi, che subordinano il benessere e la salute degli animali coinvolti.


ATTENZIONE

Nell’articolo sono stati inseriti contenuti video ufficiali di Oipa e PETA che mostrano immagini di estrema crudeltà sugli animali e potrebbero risultare disturbanti per alcuni spettatori.


La visione è consigliata a chi se ne assume la responsabilità.

Grazie dell’attenzione, buona lettura.

Una Prova di Resistenza e Coraggio


L’Iditarod Trail Sled Dog Race, conosciuta semplicemente come la “corsa dell’Iditarod”, è una competizione annuale che ha luogo ogni marzo, partendo da Anchorage e arrivando a Nome, in Alaska.

I partecipanti sono squadre di cani da slitta (condotti dal proprio musher), che corrono lungo un percorso difficile e spesso pericoloso che attraversa paesaggi malagevoli ed impervi.


La gara dura dagli 8 ai 15 giorni, a seconda delle condizioni meteorologiche e delle performance dei cani.


Ogni squadra è composta da 16 cani, ma solo 12 cani possono essere in gara contemporaneamente.


I cani vengono divisi in una formazione a tandem: il “Leader” guida la squadra in testa, lo “Swing” lo spalleggia, i “Team Dogs” sono al centro della muta (e compiono il maggior sforzo fisico) ed i “Wheel Dogs”, i cani responsabili della trazione primaria, si trovano più vicini alla slitta e al musher.


Per quanto questi ruoli possano ruotare, devono sempre rispettare le caratteristiche del singolo per favorire la coesione e la sinergia del gruppo.

La responsabilità delle combinazioni della muta è sempre del musher (che per tutta la gara “non può ricevere alcuna assistenza esterna”).


Il “musher” è il conduttore della slitta ed è sempre responsabile della gestione e della motivazione della squadra.

Questi decide arbitrariamente quando e dove fermarsi, dormire e alimentare i cani nei vari checkpoint situati in piccoli villaggi lungo tutto il percorso.

La relazione tra musher e cani è complessa e profonda, fatta di fiducia reciproca, comunicazione silenziosa e spesso (troppo spesso) austerità operativa.

La condizione mentale e fisica dei cani è fondamentale per il successo della gara e un musher esperto sa perfettamente quando “spingere” la squadra o quando “rallentare”.

Origini dell’Iditarod
Una Storia tra la Vita e la Morte


Le origini dell’Iditarod risalgono a un periodo ben precedente alla creazione della manifestazione stessa:

Nel 1925, una grave epidemia di difterite minacciò la città di Nome.

I medici avevano bisogno di una spedizione urgente di siero antitossico per salvare numerose vite in pericolo, ma a causa delle condizioni climatiche estreme e della neve che imperversava, il trasporto via terra risultava essere impossibile.

Pertanto furono inviate diverse squadre di cani da slitta, che attraversarono infiniti chilometri di terreno ghiacciato (difficile da immaginare per quanto ostico) in tempi record, riuscendo a salvare la città dal funesto destino prospettato.


Questo documentabile gesto di audacia e coraggio ha visto protagonisti leggendari cani da slitta, tra i quali il celebre Balto, che passerà alla Storia.

Così nacque nel 1973 l’Iditarod per volere di Joe Redington Sr, “con l’obiettivo di preservare la tradizione dei cani da slitta in Alaska, messa in secondo piano dall’utilizzo sempre più frequente delle motoslitte”.


Questa manifestazione è diventata simbolo di resistenza, spirito di squadra e determinazione; un tributo ricorrente ad una impresa straordinaria.


Oggi però, l’Iditarod è diventata anche sinonimo di un’altra realtà: è una competizione ad altissimi livelli, che richiede sacrifici enormi non solo da parte dei musher, ma soprattutto dai loro cani.

Controversie correlate all’Iditarod:
Immolazione e Martirio


Sebbene l’Iditarod sia celebrata come una manifestazione di grande valore, questa corsa è al centro di arditi dibattiti circa il benessere degli animali.

Ogni anno, durante la gara, numerosi cani vengono feriti – o muoiono – a causa delle condizioni estremamente dure cui sono sottoposti.


Le cause di morte e sofferenza includono “ipotermia”, “affaticamento estremo”, “lesioni articolari” e “problemi respiratori” causati dall’eccessiva fatica.

Alcuni cani vengono persino abbandonati lungo il percorso (lasciati al loro destino) quando non sono più in grado di proseguire, una pratica che ha generato molteplici dispute (finanche legali) tra gli attivisti per i diritti degli animali e chi ne prende parte (o la amministra).


Questi sostengono (e Noi tra Loro) che la pressione psicologica e fisica imposta ai cani per vincere – o semplicemente completare la gara – vada oltre i limiti di ciò che è bioeticamente giusto.


Volendo dare un seguito ad OIPA International, ci uniamo a quanto dichiarano:

“Sono 150 i cani morti nel corso degli anni durante la competizione se si considerano solo i numeri ufficiali forniti, ma spesso i dati sono altri e ci si dimentica di tutti i cani che non ce l’hanno fatta fuori dalla gara, durante gli allenamenti o nei periodi di bassa stagione.


Da indagini comprovate è emerso che l’Iditarod è responsabile di gravi episodi di abuso e maltrattamento degli animali. Alcuni di loro sono stati persino abbattuti o picchiati a morte perché non abbastanza performanti.


I cani impiegati nella competizione soffrono spesso di gravi danni polmonari, stiramenti muscolari, fratture da stress, sviluppano polmoniti e artriti e si ammalano di virus intestinali e ulcere gastriche.
E anche chi non muore, vivrà soffrendo.


È stato dimostrato che l’81% dei cani che sopravvive all’Iditarod riporterà comunque danni polmonari, il 61% mostrerà una maggiore frequenza allo sviluppo di ulcere e gastriti erosive e molti altri continueranno la loro esistenza con disfunzioni delle vie aeree persistenti.”

Il Lato Oscuro della Competizione


L’aspetto più inquietante di manifestazioni come questa è la strumentalizzazione degli animali per scopi sportivi e di intrattenimento.

Per quanto i cani siano addestrati sin dalla giovane età per partecipare a queste gare, il loro ruolo come atleti è condizionato da una forte spinta competitiva, che a volte ne mette in pericolo la vita.

I musher non sempre hanno la diligenza di fermarsi prima che i loro cani siano clinicamente esausti, in quanto l’orgoglio personale si sovrappone spesso alle attenzioni dovute alla loro squadra, generando una chiara “sottomissione dell’animale alla volontà umana”.

Le ferite, la sofferenza e le morti premature non sono eventi rari.
Eppure la spettacolarizzazione (e la sponsorizzazione) della gara riesce sempre ad oscurare questi aspetti.


Fino a quando verrà celebrato il traguardo e non chi lo raggiunge,
ci sarà sempre il concreto rischio di mercificare il valore degli Animali,

in quanto potranno essere considerati per quello che valgono,
ma non per quello che sono.


– The UnderDogs

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